Sono stata impegnata.

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Salve, visitatori. Ne è passato di tempo.

La verità è che myblog aveva deciso che non ero autorizzata ad accedere al mio Giardino. Una tragedia l’immagine del pupazzino di neve quando in Sicilia si passeggia già in shorts, e altrettanto critica era l’impossibilità di caricare articoli, anche quando avrei disperatamente voluto parlare con voi, miei amici immaginari. La vita è sofferenZa.

E poi, sono stata impegnata. Con un’esperienza bellissima: la pubblicazione de Il giglio bruciato. *_* Ci credete?

Tra le mille revisioni -ho dovuto rivedere un po’ i primi capitoli- le riletture, le correzioni -ma cosa fanno, i refusi, si accoppiano nottetempo e figliano?- ce l’ho fatta! Ce l’abbiamo fatta, io e le mie beta reader che si sono immolate ripetutamente per me. Costruirvi monumenti non basterà, lo so.

Certo, devo ammetterlo, ho pubblicato sollevando pazientemente le spalle stile *I don’t care.

A un certo punto, non mi importava più di sentirmi pronta, non mi interessavano più gli errori di battitura (che ancora infarciscono il testo come se non ci fosse un domani), l’importante era che Il giglio lasciasse il nido e così ha fatto. Ha spiccato il volo.

Ora è su Amazon. Qui. E io lo guardo camminare da solo, fiera e, non posso evitarlo, apprensiva. Ma correte pure a dare un’occhiata alla sinossi e ai primi capitoli. Non fate caso a me.

Che dire? La pubblicazione è stata semplice come bere un bicchiere d’acqua, non senza incognite, sia chiaro (impaginazione, compilazioni varie, autorizzazioni che nemmeno il mutuo di un immobile e l’apertura di un conto alle Cayman). Il più adesso sarà farsi conoscere, leggere, procurarsi qualche sincera recensione e qualche critica costruttiva.

E io che credevo che la parte difficile fosse mettere nero su bianco le mie idee strampalate! In caso voleste saperlo, sì, mi sembrano ancora assurde, prive di fondamento logico. Però, giuro, non mi drogo.

Il processo creativo è totalizzante (non si dorme, da svegli si intessono fatti e dialoghi in continuazione, quello che avete visto vagare per strada e per casa era il mio ologramma, insomma), sì, ma per un autore self le fatiche non terminano con la scrittura. Ogni fase, anche la più banale come decidere la trama giusta (ne ho scritte qualcosa come quattordici) per poi scegliere con molta nonchalance quella di Anna, la mia Sant’Anna personale, è un rompicapo.

Le decisioni, quelle sono state sfiancanti. Carta bianca o avorio? Copertina lucida oppure opaca? Ma quale copertina, poi? Per fortuna Sara, la mia illustratrice del cuore, ha incrociato i miei passi, sennò ancora sarei a crogiolarmi nell’indecisione.

Che mossa intelligente, direte voi, e che spreco di tempo! A me piace pensare che nella vita tutto serva, anche brancolare nel buio e non sapere descrivere al meglio il tuo stesso romanzo.

Perché è la mia creatura, ma questo non vi spiega niente. Di che cosa parla, quindi, Il giglio?

Un incidente d’auto le ha cancellato la memoria.

Ora, l’anno che non riesce a ricordare le sembra un’intera vita da ricostruire.

Che cosa succede a chi dimentica un segreto inconfessabile?

Il tempo di Angelica Giglio sulla Terra è sul punto di scadere.

I nemici potranno essere la sua condanna, oppure rappresentare la sua salvezza.

Angelica si troverà trascinata in un vortice fatto di pericoli e rivelazioni al di là di ogni possibile immaginazione. Le già fragili certezze della protagonista verranno messe a dura prova, dovrà riscoprire la sua vera identità e avrà bisogno di un alleato per sopravvivere. Ma fra amici che non ricorda di avere conosciuto e l’arrivo del misterioso Gabriel Duke, chi potrà aiutarla a non bruciarsi col fuoco?

C’è mistero, c’è un tocco di rosa in una Como che custodisce più segreti di quanto una persona possa fare. Solo la lettura potrà soddisfare eventuali curiosità, dunque, perché non buttarsi?

Questo è un articolo sconclusionato, un flusso di coscienza, spero vogliate perdonarmi ma ci stava tutto.

Tanti cari saluti. 

 

Recensione de L’amore è uno sbaglio straordinario, di Daniela Volonté

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La sinossi

L’esistenza di Melissa, ricercatrice universitaria, scorre tranquilla fino a quando, un giorno, acquista un iPad a un’asta. Su quel tablet trova parecchi file del precedente proprietario e soprattutto tantissime foto: paesaggi marini, scorci urbani, particolari architettonici. Affascinata da quelle immagini, Melissa inizia una ricerca su internet che la porta fino al profilo Facebook di un certo Leon de Rouc. La ragazza non resiste alla tentazione e invia una richiesta di amicizia. Riccardo Ferraris, alias Leon de Rouc, vive a Torino ed è un programmatore con il pallino per la fotografia. È bello, ricco, ha una relazione stabile, ma la sua vita è perfetta solo all’apparenza. Quando per gioco accetta l’amicizia di Melissa, tra i due comincia una fitta corrispondenza online, che nasce come pura evasione, ma diventa ben presto ossigeno per entrambi, una droga dolcissima a cui nessuno dei due può rinunciare. E se a un tratto la realtà irrompesse in quella relazione virtuale?

 

La mia recensione

L’amore è uno sbaglio straordinario, dell’italianissima Daniela Volonté, è stato il mio regalo di Natale da parte di Anna (leggete qui, tanto per capire quanto i nostri pomeriggi riescano a degenerare). Questo romanzo è un dono di cui ringrazio la mia amica, e di cui non ho potuto fare a meno di ringraziare la stessa autrice, graziosissima, tra l’altro.

“Visto che è il primo dell’anno, mi concedi una cosa? Dopo che avrai letto questo messaggio, non rispondermi. Spegni tutto. Chiudi gli occhi e rilassati. Non aver paura. Abbi fiducia in me.

Immagina una soffice coperta che ti avvolge le spalle. È il mio abbraccio. Poi un soffio caldo sul tuo viso e le tue labbra che diventano umide perché vi appoggio le mie. È il nostro bacio, che rimane sospeso per lungo tempo. I tuoi capelli si spostano, perché è la mia mano che si sta facendo strada tra la tua seta scura. Questa è la mia buonanotte, Mel. In questa notte in cui temevo di averti perso.

Non aver paura se quando ti sveglierai non troverai nessuno accanto a te, perché in verità ci sarò. Sarò in qualche angolo del tuo cuore, come tu ormai sei nel mio.

Ora dormi serena,

L.”

Questo, lo confesso, è uno dei messaggi che ho riletto più e più volte, senza mai stancarmi. L’amore è uno sbaglio straordinario è un racconto che potremmo definire epistolare, narrato a quattro mani. Da una parte, Melissa Riva, giovane e capace ricercatrice, dalla vita semplice e relativamente serena. Dall’altro lato (dello schermo), Riccardo Ferraris, alias Leon de Rouc, affascinante e abile trentacinquenne con l’hobby della fotografia e un’esistenza perfetta, ma solo di facciata. I due iniziano a scambiarsi messaggi, dapprima senza scendere troppo nei dettagli, in seguito abbandonando un po’ le riserve iniziali, e infine diventando la persona (seppur virtuale) più importante della vita dell’altro. La regola è una sola: non incontrarsi dal vivo mai e poi mai.

Che cosa succederebbe, però, se la realtà facesse drasticamente irruzione nel loro piccolo mondo virtuale?

Se la persona di cui non conosci l’esteriorità e la vita privata, ma di cui conosci alla perfezione l’anima, si presentasse alla tua porta e fosse più incasinata di quello che credevi, che cosa fai? L’amore è un appuntamento al buio un po’ per tutti, su questo non ci piove. E tu? Ti lasci prendere dallo sconforto, o commetti lo sbaglio più straordinario di tutti? Lo “sbaglio”- l’amore– che riesce a far combaciare anche la più strampalata equazione, che risolve anche il più complesso calcolo algebrico e che mette a posto tutto. L’amore, che razionalmente può sembrare un errore, eppure… La vera assurdità sarebbe non assecondarlo.

Che cosa fa Melissa quando scopre chi è davvero il suo Leo?

Di questo racconto ho amato tutto, la prima parte, quella epistolare, forse più frizzante della seconda, non per questo meno coinvolgente. Le ultime duecento pagine sono, sì meno briose, ma al contempo quelle che toccano le corde giuste. Il finale mi ha strappato più di una lacrimuccia. Di questo romanzo ho amato Melissa, una donna dolce ma con i giusti attributi, in grado, se lo vuole, di scalare una montagna. Indipendente, forte, fiera, amorevole. E allo stesso modo, ho amato Riccardo, l’uomo che è riuscito a costruirsi un certo successo, che ha paura di vedere vacillare il suo mondo però non teme di esternare alla donna che ama le sue apprensioni.

Che altro dire? Leggetelo.

 

Voto 4/5

Recensione di Urla nel silenzio, di Angela Marsons

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La sinossi

Cinque persone si trovano intorno a una fossa. A turno, ognuna di loro è costretta a scavare per dare sepoltura a un cadavere.

Ma si tratta di una buca piccola: il corpo non è quello di un adulto. Una vita innocente è stata sacrificata per siglare un oscuro patto di sangue. E il segreto che lega i presenti è destinato a essere sepolto sotto terra. Anni dopo, la direttrice di una scuola viene brutalmente assassinata: è solo il primo di una serie di agghiaccianti delitti che terrorizzano la regione della Black Country, in Inghilterra. Il compito di seguire e fermare questa orribile scia di sangue viene affidato alla detective Kim Stone. Quando però nel corso delle indagini tornano alla luce anche i resti di un altro corpo sepolto molto tempo prima, Kim capisce che le radici del male vanno cercate nel passato e che per fermare il killer una volta per tutte dovrà confrontarsi con i propri demoni personali, che ha tenuto rinchiusi troppo a lungo…

 

La mia recensione

«Qualsiasi cosa sia accaduta a Crestwood, non hai mai smesso di tormentare queste persone».

Di solito, diffido dai tormentoni “Il libro di cui tutte parlano” (50 sfumature, dico a te), “Il romanzo numero 1 in Papua Nuova Guinea” e via discorrendo. E Urla nel silenzio è etichettato dalla stessa casa editrice come

Un grande thriller

N°1 in Inghilterra

Per mia stessa natura, ero portata a sospettare che non fosse il capolavoro che la CE dipingeva. Tuttavia, un po’ attirata dall’eventualità di una bella lettura di gruppo, un po’ attratta, vuoi dalla copertina, vuoi dal titolo, mi ci sono tuffata come Federica Pellegrini ed eccomi qui. Voglio ringraziare Anna, Manuela e Ombretta per la pazienza.

E sì, perché questo libro inizialmente non mi piaceva e ho dato il tormento alle mie amiche del gruppo di lettura. E quando un romanzo non mi piace, non c’è niente che tenga. (Vi rimando alle precedenti recensioni, così, giusto per capire quanto so essere pignola.)

Ci sono cinque persone attorno a una fossa fresca di sepoltura. Si tratta di un funerale? No, troppo semplice. Di omicidio. I cinque stringono un patto per la serie “mai rivelare ad anima viva…” e riprendono ognuno la propria vita. Qualche anno dopo Teresa Wyatt, direttrice di una scuola, muore assassinata, dando inizio a una serie di omicidi a sangue freddo. Il caso viene affidato al detective Kim Stone e la sua squadra, che colgono il collegamento tra i delitti appena accaduti e il corpo rinvenuto nel terreno di un orfanotrofio abbandonato. Kim, però, non è del tutto estranea ai fatti. Anche lei ha alle spalle un passato di abusi e di servizi sociali, e per dare un nome a quei miseri resti deve mettersi in gioco con tutta se stessa. E la posta è alta. Nel frattempo, Nicole Adamson, una giovane spogliarellista, riceve la visita sgradita e inaspettata della sorella Beth…

L’autrice, Angela Marsons, dice della protagonista, Kim Stone: “Lei non è sempre perfetta, ma è decisamente una persona che ognuno di noi vorrebbe avere al proprio fianco.”

Ma anche no, Angela. Io ho odiato la protagonista. A un certo punto, ho persino sperato che la aggredissero. Kim disprezza l’autorità e le regole, però non sopporta quando non la chiamano “detective”, non è incline al contatto umano, alle relazioni in generale, ha bandito i convenevoli e la gentilezza dal suo codice comportamentale, è sarcastica, chiede ai suoi collaboratori di dilatare i loro orari di lavoro all’inverosimile. È una strana forte, insomma. L’autrice la ritrae come capace, osservatrice, dotata di un intuito spiccato, dedita al lavoro… Riassumendo, ha tante qualità che, sommate al suo atteggiamento distaccato, rischia di diventare irritante.

Nella prima parte, gli omicidi si susseguono rapidamente e questo è positivo. Mi piace quando nei thriller “ci scappa subito il morto”. È quello che mi aspetto, che voglio. Solo, di certo non immagino che le indagini proseguano, non grazie alle intuizioni dei personaggi, o grazie alle loro deduzioni logiche, piuttosto per mezzo di una mano invisibile (l’autrice) che muove fili ben visibili e guida i protagonisti attraverso sentieri già tracciati.

Non ho ben tollerato “l’umorismo da caserma” che tra Kim e la sua equipe. Secondo me, soprattutto all’inizio, rischia di allontanare il lettore.

“«Questo posto mi dà i brividi».

Kim si voltò verso Bryant. «Ma da quand’è che sei diventato una femminuccia?»”

Ho avuto spesso l’impressione di leggere righe a vuoto e la cosa non mi è piaciuta.

Inoltre, ci sono dei banali errori lessicali. “Aveva usato e poi appallottolato tre salviettine umidificate per pulirsi viso, collo e mani, ma l’odore di birra e di cipolla pareva non abbandonarla, ma forse si trattava solo della sua immaginazione”. “E non sempre era colpa sua, ma finiva sempre per sembrare che lo fosse”. Caro traduttore, caro editor, dei sinonimi no?

Nella seconda parte del romanzo avviene il miracolo. La narrazione in terza persona si fa serrata, con brevi interruzioni in cui è l’assassino a prendere la parola. La suspense aumenta, la protagonista risulta più gradevole, le pagine si leggono tutto d’un fiato e si arriva al finale, a parer mio non scontato, non banale. Lo consiglio, nonostante tutte le mie riserve.

Voto 3,5/5

 

Life and death, di Stephenie Meyer. Che cosa ne penso?

Life and Death

Buonasera, visitatori più o meno occasionali. È successo il fattaccio, quello che “oddio, no!”, come avranno esclamato tutti i Twilighters di questo mondo, quando hanno appreso il contenuto del regalo tanto sentito della Meyer ai suoi milioni di lettori.

Ora, se siete suoi fan, di certo vi aspettavate Midnight Sun, la storia raccontata dal punto di vista di Edward (idea che E. L. James ha saputo sfruttare con Grey- chiamatela scema- e che la Meyer aveva piantato in asso dopo qualche capitolo). Se non siete suoi fan, buon per voi, visto che Stephanie si rapporta ai suoi followers con lo stesso rispetto che mia nonna usa nei confronti degli operatori telefonici quando la chiamano all’ora di pranzo e lei 1- ha cucinato spaghetti olio e parmigiano 2- il piatto si sta gelando in tavola, e 3- No, non vuole cambiare gestore e sì, è soddisfatta del servizio finora fornitole. Si prega di non insistere. Ho reso l’idea? Beati voi che non vi aspettate niente da Stephenie Meyer. Continuate così, che fate benissimo.

Detto questo, da dove comincio? Qualche dato di fatto lo volete? Niente grafici, niente numeroni, solo qualche parola.

Twilight è il romanzo d’esordio di questa autrice, cui seguirono altri tre capitoli, cinque film e una fama mondiale, vuoi per i libri, la scrittrice, le pellicole, o gli attori che le interpretarono. Tutti hanno sentito parlare di Edward il vampiro e di Bella l’umana almeno una volta nella vita. Qualcuno li ha venerati, qualche altro solo apprezzati, altri ancora disprezzati. Se non si fosse capito, io facevo parte della prima categoria. Nel corso degli anni, la Meyer ha dichiarato che allo stato attuale non avrebbe più scritto il libro così come noi lo abbiamo letto. *perplessità* Inoltre, per quanto noi fan possiamo saperne, non ha preso in mano una penna dall’uscita di Breaking Dawn a quella di Life and Death. E poi, è stata accusata di stereotipi di genere.

Per risolvere i tre punti precedenti e per festeggiare insieme il decimo anniversario di Twilight, Stephenie ha riscritto lo stesso identico romanzo, invertendo i sessi. Proprio così.

“Bella è stata spesso tacciata di essere una classica damigella in pericolo, perché viene salvata in svariate occasioni. La mia risposta è sempre stata che Bella è piuttosto un’umana in pericolo, una normale umana circondata da supereroi e supercattivi. È stata anche criticata perché troppo consumata dal suo stesso amore, come se fosse solo una cosa femminile. Ho sempre sostenuto che sarebbe stato lo stesso anche al contrario, se l’umano fosse stato un uomo e la vampira una donna.”

Queste le sue dichiarazioni, partono di seguito tutta una serie di giustificazioni sulla presunta mancanza di tempo per scrivere qualcosa che fosse nuovo e sul perché e il percome ha optato per una cosa anziché per un’altra.

Sarà che ingenuamente credo che un autore abbia dei doveri nei confronti dei propri lettori (primo tra tutti, non scrivere fanfiction del suo stesso lavoro), sarà che io Midnight Sun lo volevo, sarà che la Meyer è (era) il mio idolo… Fatto sta che per tutta la lettura mi sono chiesta: perché, perché, Stephanie? Ne valeva la pena? Non solo hai tradito i tuoi followers, hai fatto un regalo (ciò che viene donato a una persona in segno di affetto, di cortesia, di riconoscenza ecc. SIN dono, presente- Dizionari Corriere.it) che tanto regalo non è, in quanto per essere un dono dovresti cederlo a titolo gratuito, ma poi non sei riuscita ad abbattere gli stereotipi di genere di cui sei stata accusata.

Dopo aver letto la novella di quattrocento e passa pagine, mi sento di affermare che la Meyer ha fatto “trova e sostituisci” coi nomi dei personaggi e che, anzi, ha addirittura peggiorato il problema del sessismo.

Tra le scene inedite (due, se escludiamo il finale) rivediamo il tentativo di aggressione ai danni di Bella a Port Angeles. Solo che, laddove la ragazza rischiava forse uno stupro di gruppo, Beau rischia di essere colpito da un proiettile. Lo spiegate voi alla Meyer che anche i ragazzi (soprattutto da soli in un vicolo buio) possono essere vittime di stupro o anche solo di aggressione e non necessariamente a mano armata?

Edythe, la vampira, si sente di rassicurare in continuazione Beau sulla sua virilità. (Poi però lo prende in spalla come mamma koala!)

“Beau, tu non ti rendi conto di quanto sei…fragile. Non prenderlo come un insulto a te o alla tua mascolinità, qualsiasi umano è fragile, rispetto a me”.

E quando gli offre la cena e lui giustamente protesta perché è stato l’unico a mangiare, lei risponde non che le faceva piacere offrirgli da mangiare, ma…

Io cercai il portafoglio. «No, lascia fare a me, tu non hai mangiato niente…».

«Offro io, Beau».

«Ma…».

«Cerca di non farti ingabbiare in questi ruoli sin troppo antiquati».

Queste frasi da finta femminista se le poteva pure evitare.

Ovviamente, continua anche in Life and Death la saga dell’ossessione per la bellezza, la forza e la prestazione fisica, e l’apprezzamento per il portamento dei vampiri, che si muovono a passo di danza. *Alessia è stufa*

Inoltre, Edythe viene descritta come una ragazzina ai limiti dell’anoressia, con scapole che sembrano ali d’angelo e costole visibili attraverso il tessuto della maglietta. E ricordate la naturale avversione di Charlie per Edward? Scordatevela. Charlie conosce Edythe e si scioglie totalmente in un brodo di giuggiole. Non riesce a staccarle gli occhi di dosso, sembra salutare il figlio sottintendendo “Ben fatto, figliolo!”. Ma perché? Perché?

In tutto questo Girl Power alla riscossa, chi ne esce male sono proprio i personaggi maschili. Io avevo adorato Jacob, Carlisle e persino Jasper, che ora sono Jules, Carine, e Jessamine e che non hanno niente degli originali, secondo me. Archie e compagnia bella sono inconsistenti, la famiglia Cullen si trasforma da un gruppo di pari a un matriarcato. Lo stesso Beau è… Boh. (Battuta scema) Laddove Bella chiedeva con insistenza, si arrabbiava, batteva i piedi, piangeva, aveva un qualche spessore, il suo corrispettivo maschile è totalmente passivo e in balia degli eventi, non piange, forse perché il pianto è inteso dalla Meyer come una prerogativa meramente femminile. Quando Bella scopre l’esistenza dei vampiri su internet e rielabora le informazioni prese in rete tramite un sogno premonitore, ecco che Beau ne fa uno simile ma a carattere erotico. Complimenti, Beau, riesci a essere più rincoglionito e piatto di Bella, e io che non lo credevo possibile.

Altra cosa che non mi torna. Perché mai Bella non riusciva a sottrarsi ai suoi pretendenti indesiderati? (Mike, uno su tutti.) E perché, invece Beau respinge con una notevole decisione Mackaila, Taylor ed Erica? Cosa stai cercando di dirmi, Stefanuccia cara, che le ragazze sono di natura più remissive e che non riescono a dire un no deciso?

Se consiglierei Life and Death a qualcuno? A nessuno, fan o meno. Anna mi ha chiesto di non paragonarlo a Twilight. E io le ho risposto che c’è un protagonista, che sta cercando di ottenere qualcosa, e che c’è un antagonista e dei personaggi di supporto e che sulla carta, Life and Death è un romanzo in piena regola. Ma poi come si fa ad ignorare tutte le cose che vi ho detto sopra? Come si archivia la delusione? E non apro il capitolo del finale, perché molti non capirebbero… Ok, visto che insistete, ve lo riassumo. “Butto nel cesso la mia umanità, la mia normalità, mia madre, mio padre. Fintanto che saremo insieme, nascosti, tutto andrà bene.”

Ha forse un senso? No.

Recensione di Sei il mio sole anche di notte, di Amy Harmon

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La sinossi

Ambrose Young è bellissimo, alto, muscoloso, con lunghi capelli che gli arrivano alle spalle e uno sguardo che brucia di desiderio. Ma è davvero troppo per una come Fern Taylor. Lui è perfetto, il classico protagonista di quei romanzi d’amore che Fern ha sempre adorato leggere. E lei sa bene di non poter essere all’altezza di un ragazzo del genere… Ma la vita a volte prende pieghe inattese. Partito per la guerra dalla piccola cittadina di provincia in cui i due giovani sono cresciuti, Ambrose tornerà trasformato dalla sua esperienza in prima linea: è sfigurato nei lineamenti e profondamente ferito nell’anima. Fern riuscirà ad amarlo anche se non è più bello come prima? Sarà in grado di conquistarlo? Saprà curarlo e ridargli la fiducia in sé? Versione moderna de La bella e la bestia, il nuovo romanzo di Amy Harmon – dopo il grande successo di I cento colori del blu – ci dimostra che in ognuno di noi convivono una parte mostruosa e una meravigliosa creatura e che solo l’amore può essere capace di farle andare d’accordo.

 

La mia recensione

Sei il mio sole anche di notte, di Amy Harmon, era nella mia libreria digitale da chissà quanto. Il titolo mi ispirava, la copertina no, quindi l’ho snobbato finché non ho capito che parla di un soldato.

Per chi non lo sapesse, io ho il pallino di cercare Alexander Belov/Barrington (il mitico Shura del Cavaliere d’Inverno) in ogni dove. E, ok, lo so che è ridicolo, che se voglio leggere di lui è più logico aprire il Cavaliere e immergermici. Lo so, lo so… Le vostre solo parole ragionevoli, e non potranno nulla di fronte alla mia fissazione, sappiatelo. Ombri e Angy, venitemi in soccorso. 😛

Comunque, mi sento di ringraziare Paullina Simons, perché ho l’impressione che a lungo andare, setacciando i romanzi alla ricerca del soldato, finirò per fare degli incontri fortunati.

Questa volta mi è andata bene, benissimo. Sono in piena fase hoilmagoneperchéhofinitodileggeremannaggiaame. E direi che è positivo.

Che ne dite se partiamo dai difetti così ce li togliamo subito dai piedi?

Sei il mio sole anche di notte, titolo originale “Making faces”, non ci illude e da subito mostra un neo. Consta di sole 351 pagine. Ora, come si fa dico io -Cavaliere docet- a narrare una storia del genere in meno di settecento pagine? In meno di quattrocento, volendo essere puntigliosi. Poi ho capito. Il romanzo è raccontato quasi come una fiaba. Riesce a narrare lunghi lassi di tempo senza entrare troppo nei dettagli, ma aiutandosi con le vicende dei personaggi secondari, e le scene che dovrebbero essere cruciali mancano della forza necessaria per fare da snodo. Peccato. Leggendo, la commozione monta, lenta e inesorabile, ma poi ti si forma un groppo in gola e non riesci a farti un pianto con tutti i santi crismi.

Detto questo, posso finalmente parlarvi col cuore il mano di “Sei il mio sole anche di notte”. La stessa casa editrice fa riferimento a La Bella e la Bestia, perché? Scopriamolo insieme.

Ambrose e Fern (felce O_o ) crescono nella stessa cittadina. Lui è soprannominato Ercole, è l’atleta della scuola, bello e muscoloso come un dio greco, coi capelli lunghi e lo sguardo ipnotico. Lei è soprannominata… Cioè parliamone, lei si chiama felce: ci hanno già pensato i genitori a soprannominarla. Dicevamo, Fern è uno scricciolo pieno di lentiggini, la chioma rosso fuoco e l’apparecchio. Queste differenze esteriori sembrano scavare un abisso tra i due ragazzi, sebbene Fern sia segretamente innamorata di Ambrose da tempi immemori, e non solo per la sua avvenenza ma soprattutto per la luce che lui sembra irradiare. Finalmente un protagonista maschile che non sia uno stronzo, che non sia un miliardario, che non tratti male la lei di turno in maniera del tutto gratuita… D’accordo, sto divagando.

Niente sembra poterli unire, finché Rita, la migliore amica di Fern, la incarica di scrivere per lei delle appassionate lettere d’amore per attirare l’attenzione di… Ambrose, appunto.

Cambio bruscamente argomento. Anche io ero ragazzina, come i due protagonisti (fittizi) e come milioni di altri ragazzi (reali), quel maledetto 11 Settembre 2001. Ricordo di aver visto il replay di un aereo che si schiantava contro una delle Torri Gemelle. E ho ancora ben vivo lo sgomento di guardare un altro velivolo abbattersi sull’altra Torre. Come se il primo schianto non fosse stato abbastanza. Ricordo che mi sono sentita troppo piccola anche solo per formulare pensieri coerenti, e che vedevo in TV la gente piangere ed ero impotente di fronte a quello che stava capitando. Tutti lo eravamo. Vicini o no alla tragedia, più o meno coinvolti, il mondo non è più stato lo stesso da quel giorno.

Ed è quello che succede anche a Fern e Ambrose. Lui, troppo bello per notarla, lei, troppo insignificante e insicura per farsi avanti, lasciano passare l’ultimo anno di scuola a guardarsi da lontano. Ambrose si arruola e parte per l’Iraq, Fern rimane a casa per accudire il cugino e migliore amico Bailey, affetto da sclerosi multipla.

Il destino, però, si diverte a mischiare le carte ed ecco che due anni dopo le posizioni si invertono. La piccola Fern è fiorita e ora è una ragazza carina, e Ambrose ha recato ferite mortali ed è rimasto sfigurato.

 «Forse ognuno di noi è un pezzo di quel puzzle. Tutti insieme creiamo l’esperienza che definiamo vita. Nessuno di noi riesce a vedere il ruolo che svolge o l’immagine finale. Forse i miracoli cui assistiamo sono solo la punta dell’iceberg. E forse non riusciamo a riconoscere le benedizioni che derivano da eventi terribili».  

«Sei una ragazza strana, Fern Taylor», disse lui piano, gli occhi nei suoi, quello destro cieco, il sinistro che cercava di vedere oltre la superficie. «Ho notato i libri che leggi. Quelli che hanno in copertina delle ragazze con le tette debordanti e ragazzi con le camicie strappate. Leggi romanzetti osceni e citi le Scritture. Non sono sicuro di averti capita fino in fondo».  «La Bibbia mi conforta, i romanzi mi danno speranza».  «Davvero? Speranza di cosa?»  «Speranza di poter fare qualcosa di più che citare testi biblici con Ambrose Young nel prossimo futuro».

 Di tutte le citazioni che avrei potuto incollare, forse ho scelto la più banale, ma solo perché voglio lasciare a voi il gusto di scoprire questo romanzo dolce, che riuscirà con la sua semplicità a scaldarvi il cuore. Ogni capitolo ha un titolo che sembra appartenere a una lista di cose da fare, e la lettura è scorrevole, toccante.

Consigliatissimo.

Voto 4/5

 

 

Recensione di Città di carta, di John Green

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La sinossi

Quentin Jacobsen è sempre stato innamorato di Margo Roth Spiegelman, fin da quando, da bambini, hanno condiviso un’inquietante scoperta. Con il passare degli anni il loro legame speciale sembrava essersi spezzato, ma alla vigilia del diploma Margo appare all’improvviso alla finestra di Quentin e lo trascina in piena notte in un’avventura indimenticabile. Forse le cose possono cambiare, forse tra di loro tutto ricomincerà. E invece no. La mattina dopo Margo scompare misteriosamente. Tutti credono che si tratti di un altro dei suoi colpi di testa, di uno dei suoi viaggi on the road che l’hanno resa leggendaria a scuola. Ma questa volta è diverso. Questa fuga da Orlando, la sua città di carta, dopo che tutti i fili dentro di lei si sono spezzati, potrebbe essere l’ultima.

 

La mia recensione

“Qualcosa di malato mi stava crescendo dentro.

Per Margo doveva essere stato lo stesso. Mentre architettava i suoi piani, doveva saperlo che avrebbe mollato tutto, e persino lei non poteva essere stata totalmente immune a questo senso di fine. Aveva passato giorni belli qui. E l’ultimo giorno i momenti brutti non si ricordano più. In un modo o nell’altro, anche lei aveva trascorso un pezzo di vita qui dentro, proprio come me. La città era di carta, i ricordi no. Tutte le cose che avevo fatto in quella scuola, tutto l’amore, la pietà, la compassione, la violenza, il rancore, tutto cominciò a scorrermi dentro. Quelle pareti dipinte di bianco. Le mie pareti bianche. Le pareti bianche di Margo. Eravamo rimasti imprigionati nel loro ventre per così tanto tempo, come Giona nella balena.

Per tutto il giorno mi ritrovai a pensare che forse questa sensazione spiegava perché Margo avesse pianificato tutto in modo così preciso e intricato: anche se desideri farlo, andartene è difficile, sempre.”

 

“La città era di carta, i ricordi no”. Io amo John Green. Ecco, l’ho detto. Libro trovato per caso in edicola, edizione Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport. In realtà, mento sapendo di mentire. È stata Anna a dirmi, tipo, “senti, in edicola lo vendono”. Anna è stato il mio caso 😉 c’è bisogno che di tanto in tanto ti ricordi il bene che ti voglio?

Dicevamo, Città di carta. Otto euro, e ti leggi un libro cartaceo, che non fa mai male. Ora. Da dove comincio?

Quentin ama Margo Roth Spiegelman, la figlia dei vicini, sin da quando erano piccoli. Un assolato pomeriggio, scoprono nel parco vicino casa il cadavere di un uomo. Questo macabro ritrovamento potrebbe unirli, come dividerli. Fatto sta che al liceo, Margo diventa la ragazza più popolare della scuola e Quentin, invece, sembra proprio il povero nerd bersagliato dai bulli. L’amore che Q. non ha mai dichiarato alla bellissima Margo pare assopirsi con gli anni, fino a una fatidica notte. Manca meno di un mese al diploma e lei, come faceva da piccola, si presenta inaspettatamente alla sua finestra.

Con la promessa di un’impresa sì rischiosa, ma anche affascinante, Margo trascina Quentin verso l’ignoto, verso cose che lui, figlio giudizioso di due psicoterapeuti, non farebbe mai. Sarà una notte indimenticabile per Q, che si illude di rivederla dopo l’alba. Ma Margo non si presenta a scuola, né l’indomani, né il giorno dopo, né quello dopo ancora. Forse Margo Roth Spiegelman è così appassionata di misteri, da diventare un mistero lei stessa. Forse tutti i suoi fili sono spezzati e non c’è niente, niente che la tenga ancorata alla cittadina natale, alla famiglia, alla Florida, al mondo. Allora perché lasciare delle briciole di pane a Quentin, se non per farsi cercare da lui? Q la pensa viva, poi morta, poi non sa più che pensare. Una cosa è certa, nessuno può dire di conoscere veramente Margo Roth Spiegelman. Non i suoi, la sua migliore amica, non il suo ragazzo e nemmeno lo stesso Q, che è innamorato solo dell’idea di lei. Affiancato dai suoi inseparabili amici Ben e Radar, e poi anche da Lacey, il protagonista setaccerà gli indizi lasciati da Margo per ritrovarla, chissà come, chissà dove.

“Città di carta” è una pazzia, un colpo di testa adolescenziale. È folle mollare tutto alla vigilia del diploma, altrettanto folle fossilizzarsi a Orlando, circondarsi di persone di carta, bidimensionali, perdere il tuo tempo con loro. È uno spreco di energie compiacere le persone che hai attorno, perseguire obiettivi universali che finiscono per essere un po’ di tutti ma non necessariamente i tuoi. Chi l’ha detto che college, lavoro, matrimonio, figli è l’unica esistenza possibile? Chi ha deciso che i colpi di testa sono da biasimare? Nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta tutto può succedere, questi ragazzi narrati da John (mi riferisco anche a Hazel e Gus di Colpa delle stelle) sono piccoli e grandi insieme. Green è un poeta, potrà anche non piacerti il contenuto di uno dei suoi romanzi, ma alla fine sono scritti così bene, sono così lievi nonostante i temi trattati, che non puoi non apprezzarli. La sua scrittura è ironica, fresca, riesce a strappare più di una risata. Mi sono divertita con Q, sono stata in pena per Margo, mi sono affezionata all’improbabile e adorabile banda cerchiamoMargofinoincapoalmondo. Che dire? È un romanzo per ragazzi, ma a trent’anni suonati l’ho letto con il sorriso nostalgico degli “ultimi giorni” che anche io ho avuto come tutti, con l’affanno di chi non riesce a trovare Margo e la pensa morta in un fosso. Ero tentata di andare a sbirciare le ultime pagine per scoprirne le sorti. Ma sono stata brava, e non l’ho fatto.

E alla fine fu davvero troppo. Non potevo lasciarmi sopraffare da quel sentimento, che stava diventando insopportabile. Ficcai un braccio nell’armadietto, fino in fondo, afferrai quello che c’era – foto, quaderni, libri – e rovesciai tutto nel cestino. Lasciai l’armadietto aperto e me ne andai. Quando passai di fronte all’aula della banda, riuscii a sentire attraverso le pareti la melodia attutita di Pomp and Circumstance. Continuai a camminare. Fuori faceva caldo, ma non come al solito. Era un caldo sopportabile. Ci sono marciapiedi lungo quasi tutta la strada fino a casa, pensai. E continuai a camminare.

E mentre tutti quei mai più erano stati paralizzanti e dolorosi, il distacco finale fu perfetto. Pulito. La più pura delle liberazioni.

Fatta eccezione per una stupida foto, tutto ciò che contava era nella spazzatura, ma io mi sentivo da dio. Cominciai a correre, per mettere ancora più distanza tra me e la scuola.

Andar via è terribile, finché non te ne sei andato. Dopo, è la cosa più maledettamente facile del mondo.”

 Mi è sembrato di dirvi tutto e niente, ho avuto l’impressione di non avervi detto abbastanza. Quello che posso dire adesso è: leggilo, magari disprezzerai il finale, ma di certo ti godrai il viaggio. E poi chi lo sa, forse la vita è proprio questo, è prendere o lasciare. Non l’ho ancora capito, sai? (Sì, ho ancora la sensazione di parlare col muro ma, Ombri, lo so che mi stai leggendo). Magari senza saperlo, siamo tutti un po’ fatti di carta, viviamo in città di carta, conduciamo esistenze di carta. A me piace immaginarci di un materiale più robusto.

 

Voto 4/5

Recensione di Fermate gli sposi!, di Sophie Kinsella

Fermate gli sposi!

La sinossi

Lottie non vede l’ora di sposarsi. Con l’uomo giusto, naturalmente: non ne può più di lunghe relazioni con fidanzati che sul più bello non se la sentono di impegnarsi davvero. E così quando anche Richard, che lei è convinta stia per farle la tanto attesa proposta, la delude, decide su due piedi che è ora di passare all’azione e accetta di convolare a nozze con Ben, un flirt estivo conosciuto per caso su un’isola greca molti anni prima e che lei non ha mai più rivisto. Ben si è appena rifatto vivo, e basta una cena per far scoccare nuovamente la scintilla tra i due: perché perdere tempo in inutili preparativi? Presto! Ci si sposa in quattro e quattr’otto e via per un’indimenticabile luna di miele nel luogo che ha visto nascere il loro amore. Ma non tutti la pensano così: Fliss, la sorella di Lottie, e Lorcan, il socio in affari di Ben, sono contrarissimi e preoccupatissimi. Bisogna intervenire subito. I due sabotatori partono all’inseguimento dei neosposi che devono essere fermati a tutti i costi, prima che avvenga l’irreparabile… Le conseguenze saranno disastrosamente comiche per tutti. Con “Fermate gli sposi!” Sophie Kinsella firma una nuova, spumeggiante commedia romantica, in cui non mancano le sue proverbiali trovate condite da un pizzico di sesso e da un insuperabile senso dell’umorismo.

 

La mia recensione

Dopo il mezzo disastro con King, ci riprovo con Sophie Kinsella. E devo dire che da questa lettura sono uscita piuttosto rinfrancata.

Fermate gli sposi! narra le strampalate vicende di due sorelle, Lottie e Fliss, con la brillante ironia della Kinsella. Due sono i punti di vista: quello dell’impulsiva Charlotte (Lottie, in un’altra recensione ho già parlato di nomi di battesimo che, se mozzati, diventano dei disgraziati nomignoli) e della sorella maggiore Fliss (a me sembra di disquisire di filo interdentale OralB, ma la Kinsella ha scritto tanti romanzi che forse i nomi decenti li aveva già assegnati tutti).

La prima è fidanzata con l’uomo della sua vita, Richard, che senza la minima pressione da parte di lei, si accinge a chiederle di sposarlo. Se si vuole arrivare all’altare, mai parlare di matrimonio, è questo il mantra di Lottie, nemmeno alla larga. La seconda, invece, mamma di Noah, non ha ancora superato la separazione dall’ex marito, David.

Le donne protagoniste sembrano divise in macro gruppi: la sorella maggiore, la minore, una disillusa e l’altra sognatrice, nonché quella divorziata e quella felicemente fidanzata. E anche se non è bello raggruppare le persone in maniera così generica e indiscriminata (fa tanto politicamente scorretto), in questo romanzo funziona così: tutto sommato ci si può identificare nell’una o nell’altra.

Dicevamo, la proposta di matrimonio. Non è uno spoiler se vi dico che non avviene. Richard cade totalmente dal pero e Lottie lo lascia, infuriata. Fliss è pronta: sa che a questa rottura seguirà una scelta infelice ed è preparata a prevenire ogni colpo di testa eventualmente perpetrato dalla sorella. Solo, non immagina che Lottie voglia sposare così su due piedi il suo primo amore, Ben.

Fliss aveva messo in conto l’adesione a una setta, l’acquisto di un immobile, un nuovo tatuaggio, uno sport estremo. Ma questo no! Lottie e Ben, d’altro canto, sembrano talmente sicuri e desiderosi di fare il grande passo. A che servono infatti i fidanzamenti tradizionali, le promesse d’amore, i fiori, le proposte di matrimonio, i diamanti quando si è certi di amarsi da quindici anni? Fliss è convinta che Lottie stia commettendo l’errore più grande della sua vita. Sposarsi, basandosi unicamente sulla sintonia di un flirt estivo che sembra risalire a una vita fa, senza conoscere niente l’uno dell’altro, senza sapere chi sono diventati nel frattempo. È follia pura. Che fare, in tal caso? Ma è ovvio. Bisogna intraprendere una crociata anti-matrimonio, anti-sesso, anti-luna di miele, anti-Ben, anti-tutto. È il caso che vi chieda che cosa avreste fatto voi al posto di Fliss? La sorella maggiore che abita in me grida a pieni polmoni, e pare proprio che sarebbe capace di rincorrere la sua piccoletta fino alla luna, se fosse necessario. Ehi, io riferisco soltanto: non prendetevela con me.

Dopo un frettoloso matrimonio civile, Lottie e Ben partono per la luna di miele più romantica di sempre nel luogo che ha visto nascere il loro amore; e Fliss, Lorcan (il socio in affari di Ben) e Richard li seguono a distanza per sabotare il matrimonio e fare la felicità di Lottie (questo il motore di Fliss), il benessere dell’azienda (questo l’obiettivo di Lorcan) e dichiarare i propri sentimenti (questo lo spirito che muove Richard).

Devo ammetterlo, Sophie Kinsella ha un po’ calcato la mano con improbabili avvenimenti, ma che commedia romantica sarebbe, altrimenti? Sapevo ciò che avrei letto, non mi aspettavo niente di più e niente di meno, speravo di farmi due risate e non ne sono rimasta delusa. Gli eventi ballano ubriachi sul confine tra realtà e irrealtà, i due punti di vista si alternano e mi piace così. Una lettura che arriva a spingere alla riflessione: è giusto che Fliss faccia soffrire sua sorella per limitare i danni di un matrimonio irrazionale? È contorto, lo so.

Vi dirò, dopo averlo bollato come un inetto bamboccione incapace anche di farsi un uovo al tegamino, figurarsi poi di chiedere in sposa la fidanzata, piano piano durante il boicottaquestomatrimonioontheroad mi sono invaghita di Richard e disinnamorata di Ben. Ho praticamente cambiato squadra, sono stata una banderuola. Chissà se vi succederà lo stesso.

Sono anche arrivata a commuovermi leggendo il finale. Perché l’amore in fin dei conti non è dire all’altra persona “Tu sei mia/o”, non è marcare il territorio (quello lo fa Jack, il mio cane) ma preoccuparsi- e occuparsi!- dell’altra persona sempre.

Non una lettura da perderci il sonno, ma comunque romanzo d’evasione consigliatissimo.

 

Voto 3/5

Recensione di Revival, di Stephen King

Revival Stephen King

La sinossi

Più di cinquant’anni fa, in una placida cittadina del New England, un’ombra si allunga sui giochi di un bambino di sei anni. Quando il piccolo Jamie alza lo sguardo, sopra di lui si staglia la figura rassicurante del nuovo reverendo, appena arrivato per dare linfa alla vita spirituale della congregazione. Intelligente, giovane e simpatico, Charles Jacobs conquista la fiducia dei suoi parrocchiani e l’amicizia incondizionata del bambino: per lui il pastore è un eroe, soprattutto dopo che gli ha “salvato” il fratello con una delle sue strepitose invenzioni elettriche. Ma l’idillio dura solo tre anni: la tragedia si abbatte come un fulmine su Jacobs, tutto il suo mondo è ridotto in cenere e a lui rimane solo l’urlo disperato contro il Dio che lo ha tradito. E il bando dal piccolo Eden che credeva di avere trovato. Trent’anni dopo, quando Jamie avrà attraversato l’America in compagnia dell’inseparabile chitarra che l’ha reso famoso, e dei demoni artificiali che ha incontrato lungo il cammino, l’ombra di Charles Jacobs lo avvolgerà ancora: questa volta per suggellare un patto terribile e definitivo. “Revival” è il racconto di due vite, quella che King ha vissuto e quella che avrebbe potuto vivere, attraverso due personaggi formidabili per potenza e fragilità, due uomini ai quali accade di incontrare il demonio e di affondare nel suo cuore di tenebra.

 

La mia recensione

“Cominciai a spostarli in avanti fila dopo fila, improvvisando spari da mitragliatrice degni di un fumetto, quando un’ombra calò sopra il campo di battaglia. Alzai lo sguardo, accorgendomi di un tizio che se ne stava lì. Oscurava il sole del pomeriggio, il profilo del corpo circondato da un alone dorato: una specie di eclissi umana.

La confusione non mancava, come sempre a casa nostra di sabato pomeriggio. Andy e Con si esercitavano a baseball con alcuni compagni nel cortile più grande, tirando a turno tre palle alte e sei basse, ridendo e schiamazzando. Claire era su in camera con un paio di amiche ad ascoltare canzoni sul giradischi portatile: The Loco-Motion, Soldier Boy, Palisades Park. Dal garage proveniva un martellare insistente, mentre Terry e papà lavoravano sulla vecchia Ford del ’51 che mio padre aveva battezzato il Bolide della Strada. Una volta lo sorpresi a chiamarla «sta cazzo di roba», un’espressione che mi piacque subito e che ancora uso. Se volete sentirvi meglio, chiamate qualcosa «’sta cazzo di roba». In genere funziona.

Insomma, stava succedendo parecchio, ma in quell’istante tutto sembrò tacere all’improvviso. Forse è solo un’illusione creata da uno scherzo della memoria (o da un cupo presagio degli avvenimenti successivi), ma il ricordo è molto forte. Di colpo sparirono gli schiamazzi dei ragazzini in cortile, la musica dal piano di sopra, il frastuono nel garage. Persino gli uccelli smisero di cantare.

Poi l’uomo si curvò e il sole calante gli brillò sopra la spalla, accecandomi per un attimo. Alzai una mano per proteggermi gli occhi.

«Scusami, scusami», disse lui, spostandosi in modo che potessi guardarlo senza restare abbacinato. Aveva una giacca e una camicia nere da chiesa con il collarino bianco; sotto, un paio di jeans e di mocassini consumati. Era come se cercasse di essere due persone diverse allo stesso tempo. A sei anni, dividevo gli adulti in tre categorie: i giovani, i meno giovani e i vecchi. Lui apparteneva alla prima. Con le mani sulle ginocchia, osservava i due schieramenti che si fronteggiavano.

«Lei chi è?» gli chiesi.

«Charles Jacobs.» Aveva un nome vagamente familiare. Mi tese la mano. Non esitai a stringerla, perché a sei anni ero già beneducato. Lo eravamo tutti noi, grazie agli insegnamenti di mamma e papà.

«Perché porta un collare con quella specie di buco in mezzo?»

«Sono un prete. D’ora in poi, quando verrai in chiesa la domenica, mi troverai lì. E ci sarò anche se parteciperai alle riunioni dei Giovani Metodisti il giovedì sera.»”

 

Un trio letterario, stavolta. Ombretta, Manuela ed io. Ciao, ragazze, spero niente più pacchi. Io non lo so, questo gruppetto di lettura è sfigato e ne consegue che finisco per sembrare una lettrice pazza invasata e inappagabile. Non è vero, dovete credermi. Le nostre aspettative erano elevate- insomma, stiamo parlando del Re- ma sono state disattese. Senza esagerazione, altro che Revival! Romanzo soporifero. Leggere per credere.

Jamie Morton nasce presso una famiglia numerosa, unita e soprattutto religiosa. All’età di sei anni conosce Charles Jacobs, il parroco della chiesa metodista, e i due malgrado la differenza d’età diventano subito inseparabili. (Il primo incontro è il momento più alto della storia, persino più vibrante della “resurrezione” finale. E vi ho detto tutto.)

Charles Jacobs diventa il pilastro dell’esigua collettività, tuttavia, la permanenza del reverendo presso la placida cittadina è di soli tre anni. La disgrazia, infatti, piomba sulla sua casa, portandosi via la moglie e il figlioletto e devastandolo fino a fargli perdere la fede in dio e nel paradiso. Il prete viene cacciato malamente dalla comunità. Jamie e Jacobs si perdono di vista, per incontrarsi trent’anni e diverse vicissitudini dopo.

Ben lontano dall’adorabile bambino che era stato un tempo, il nostro protagonista è adesso un eroinomane e toccherà a Charlie -come ora si fa chiamare- guarirlo dalle sue dipendenze, curarlo come tre decenni prima ha fatto con suo fratello Con, tramite l’energia segreta sperimentata dallo stesso ex reverendo. E via così fino al 2013. Non sto scherzando. Un perdersi di vista e un ritrovarsi ciclicamente. Da parte mia attendevo con ansia gli incontri col Rev e sonnecchiavo durante gli intermezzi.

Non fraintendetemi, sono un misero insetto- ma che dico insetto?- sono un umile atomo in un mondo dove Stephen King esiste e scrive. È uno scrittore abile, il romanzo è scritto benissimo, però… Il PERÒ è grande quanto una casa a tre piani con giardino, piscina e dependance. I punti deboli non mancano. I personaggi secondari non servono a niente, tranne forse una certa Brianna. Ho capito che i comprimari altro non sono che la spalla del protagonista ma così è troppo. I dialoghi, salvo quelli intercorsi con il Rev, sono quasi del tutto superflui. La vita di Jamie Morton è di una noia assoluta. Sono giunta a una conclusione: forse, ma solo forse, King ha voluto raccontarla per “mostrarci” che, sebbene il protagonista conduca un’esistenza dissoluta (dipendenze, allontanamento volontario dalla famiglia d’origine, una relazione con una ragazza con la metà dei suoi anni) e non si ponga molti quesiti di natura etica, ritiene aprire determinate “porte” moralmente sbagliato. Infatti, Jamie crede che non ci è dato sapere se il paradiso esiste, dove andremo dopo la morte e se rivedremo i nostri cari defunti. C’è un confine invalicabile tra il regno dei vivi e quello dei morti e Jacobs vuole varcarlo e rischiare tutto. Assumendo diverse identità, viaggiando per il Paese, guarendo i malati e condannandoli a venire a patti con “La Grande Madre”, Charles Jacobs intreccerà il suo destino con quello di Jamie Morton, alla ricerca della verità, forse la più pericolosa e assoluta di tutte.

Considerazione personale: Revival poteva rimanere nell’ambito del racconto e farci una bella figura, ma trascinare la narrazione per 469 pagine ha probabilmente avvilito il tono complessivo. Di sicuro ha avvilito me.

 

Voto 3/5

Recensione di Casa dolce casa, Mary Higgins Clark

casa dolce casa

La sinossi

Celia sta per entrare nel luogo che avrebbe voluto seppellire nel suo passato più di ogni altra cosa al mondo: la casa della sua infanzia. La casa che abitava quando lei era Liza. La casa che abitava quando aveva ancora una madre. La casa in cui si era svegliata quella mattina e le aveva sparato… Ora Liza non esiste più, al suo posto c’è una giovane donna di nome Celia, un passato pesante come un macigno e difficile da nascondere, una famiglia affidataria che l’ha cresciuta e un marito che le sta per regalare la casa dei suoi sogni… o dei suoi incubi…

 

La mia recensione

Lizzie Borden prese un’accetta

E quaranta colpi diede alla madre;

quando vide quel che aveva fatto

quarantuno ne diede al padre!

Parola d’ordine: boh! Ho letto questo romanzo perché ne ho una copia “Mondolibri”. Era a casa di mia madre da chissà quanti anni, vale a dire nel dimenticatoio. Sapete il fascino delle pagine ingiallite? L’ho subito. Infatti, ho iniziato a leggerlo perché non so resistere al richiamo ammaliatore del buon, caro, vecchio romanzo cartaceo. Ho proseguito, seppur assai riluttante, per la fama di regina del mystery di Mary Higgins Clark. Quando c’è scappato il primo morto, il mio interesse si è destato tutto in una volta e l’ho finito in un pomeriggio. Ed eccomi a recensirlo.

Casa dolce casa è un romanzo che definirei corale. Celia Nolan si trasferisce col figlioletto Jack e il secondo marito Alex presso una lussuosa abitazione nello stato del New Jersey, regalo di lui per il suo trentaquattresimo compleanno.

Sarebbe un gran bel dono, se non fosse che la dimora, ventiquattro anni prima, è stata teatro di una tragedia. La piccola Liza Barton, allora decenne, nel tentativo di difendere la madre dall’aggressione del patrigno, spara un colpo di pistola e accidentalmente la uccide. Nessuno ha dimenticato, nessuno è del tutto convinto dell’innocenza di Liza. Questo il caso di cronaca che darà il nome alla villa di Old Mill Lane. La casa della piccola Lizzie… Che Celia trova vandalizzata il giorno stesso del trasloco.

Ma la protagonista non è estranea ai fatti. Liza Barton è lei. Lei ha sparato alla mamma, è stata assolta, poi adottata in California, infine ha cambiato nome. Nessuno sa di lei, solo il defunto marito e padre di Jack lo sapeva e, in punto di morte, le ha fatto promettere di non far parola ad anima viva della sua vera identità. Forse le uniche “colpe” di Celia-Liza sono queste. Vivere sotto mentite spoglie, sposare un uomo con il quale non può essere sincera completamente, affidare la sua vita e il figlioletto al marito di cui sa ben poco.

Dicevo che si tratta di un racconto corale perché la narrazione spetta a Celia-Liza, ma anche all’agente immobiliare Georgette, alla giornalista Dru, e agli inquirenti, tra cui il magistrato Jeffrey MacKingsley. Come se ognuno desse il proprio contributo a ripulire la reputazione di Liza Barton e a risolvere il caso. Perché una cosa è certa: qualcuno sta approfittando del crollo nervoso di Celia- che si vede costretta a fare buon viso a cattivo gioco abitando nella stessa casa dove ha ucciso sua madre e ferito il patrigno- per incastrarla.

La prima parte del romanzo langue, un inizio in sordina che mi ha suggerito di mollare. Brevi capitoli di massimo tre o quattro pagine che cominciano e si concludono dando la parola alla protagonista o a qualcuno dei personaggi secondari. Proprio per questo ho trovato difficile entrare nel vivo dei caratteri, della narrazione, o collocare nel tempo i vari racconti. Lasciamo Celia-Liza alle otto di sera, e nel capitolo successivo leggiamo l’interrogatorio alle sedici di quello stesso giorno. O_o

I delitti sono all’acqua di rose: un colpo di pistola in fronte e il gioco è fatto, il personaggio scomodo ce lo siamo tolti di mezzo. Non che pretendessi lo splatter a tutti i costi, però ecco, magari una botta di corpo contundente, così tanto per cambiare. Un’atmosfera più tesa, un po’ più noir… Niente di tutto quello che ci si possa aspettare da un thriller, mystery, giallo o come lo chiamano. Inoltre, la descrizione dei luoghi e dei personaggi secondari è poco accurata, e ho finito per scambiarli tra loro fino a quando non ho deciso di cerchiare a matita i nomi di tutti. Anche degli inquirenti facevo un unico mazzo, lo ammetto.

Il finale è frettoloso. Non per farmi bella, ma avevo intuito il colpevole a metà libro. Insomma, carina l’idea di fondo ma sviluppata superficialmente e forse si poteva giocare un po’ di più sull’uomo nero per renderlo più insospettabile, e azzerare del tutto i suoi comportamenti equivoci per far cascare il lettore dalla sedia, cosa che naturalmente non mi è successa.

 

Voto 3/5

 

Recensione de La chiave di Sarah, di Tatiana de Rosnay

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La sinossi

È una notte d’estate come tante altre, a Parigi. La piccola Sarah è a casa con la sua famiglia, quando viene svegliata dall’irruzione della polizia francese e prelevata insieme ai genitori. Ha solo dieci anni, non capisce cosa sta succedendo, ma è atterrita e, prima di essere portata via, nasconde il fratello più piccolo in un armadio a muro che chiude a chiave. È il 16 luglio del 1942. Sarah, insieme a migliaia di altri ebrei, viene rinchiusa nel Vélodrome d’Hiver, in attesa di essere deportata nei campi di concentramento in Germania. Ma il suo unico pensiero è tornare a liberare il fratellino. Sessant’anni dopo, Julia, una giornalista americana che vive a Parigi, deve fare un’inchiesta su quei drammatici fatti. Mette mano agli archivi, interroga i testimoni, va alla ricerca dei sopravvissuti, e le indagini la portano molto più lontano del previsto. Il destino di Julia si incrocia fatalmente con quello della piccola Sarah, la cui vita è legata alla sua più di quanto lei possa immaginare. Che fine ha fatto quella bambina? Cosa è davvero successo in quei giorni? Quello che Julia scopre cambierà per sempre la sua esistenza.

 

La mia recensione

Questa vuole essere una discussione informale su un romanzo appena letto, che non intende volgere critiche ai fatti storici riportati, ma che si concentrerà unicamente sugli avvenimenti e i personaggi frutto della fantasia dell’autrice e sullo stile della sua prosa.

La chiave di Sarah. Ciò che nessuno probabilmente dirà mai. Per potervene parlare nella maniera più obiettiva possibile, oltre a leggere il romanzo, ho guardato il film. E la mia impressione iniziale è stata confermata. Quella di Tatiana de Rosnay è una storia che rende meglio su pellicola di quanto non faccia su carta. Via gli eccessi, via le forzature, qualche licenza per l’adattamento cinematografico, il lungometraggio è senz’altro migliore del romanzo. Un racconto che inizia con due voci narranti, quella di Julia, giornalista americana residente a Parigi, e di Sarah, una bimba ebrea di dieci anni rinchiusa nel Vél d’Hiv con migliaia di altri ebrei.

Tra il 16 e 17 luglio del 1942, il Velodromo d’Inverno, a pochi isolati dalla Torre Eiffel, fu il luogo del più grande arresto in massa di ebrei avvenuto in Francia durante l’occupazione nazista. L’operazione, guidata dalla polizia francese e battezzata con il nome “Vento di Primavera”, portò alla cattura di 13.152 persone, tra cui 4.115 bambini tra i 2 e i 15 anni. Quasi tutti gli ebrei radunati al Velodromo di Parigi furono deportati nei campi di concentramento e meno di 100 riuscirono a sopravvivere. Sicuramente la parentesi più oscura, scandalosa e criminosa del governo Vichy, e in via definitiva della storia francese contemporanea.

I fatti sono qui raccontati con precisione attraverso gli occhi da bambina di Sarah, dapprima ingenui e poi disillusi.

Dall’altra parte, ai giorni nostri, Julia viene incaricata dal suo capo di scrivere un articolo per il sessantesimo anniversario del rastrellamento. Dovrà svolgere delle ricerche senza lasciare nulla al caso perché il pezzo sia un vero tributo. Immagini, targhe, testimoni oculari, sopravvissuti, niente può essere tralasciato. Questa la prima parte del romanzo. Coinvolgente, dettagliata. Poi, Sarah smette di raccontare e, insieme alla sua voce, è sparito il mio interesse. Il ritmo e l’attrattiva della narrazione calano fino a scemare totalmente, del tutto affidati come sono alla vera protagonista, Julia. Un personaggio che difficilmente suscita simpatia, empatia, o ammirazione. Perché l’autrice decide di calcare la mano con la vita di Julia? Che senso ha? Un affascinante marito francese, passionale, dedito alla carriera. Una figlia di undici anni, Zoe, più matura della sua età che cade dal motorino (ho fatto tanto d’occhi a leggerlo). Due amici gay. Una famiglia d’origine americana. E la famiglia di lui, che non l’ha mai accettata del tutto e ancora dopo anni la considera l’americaine. Troppi luoghi comuni: le donne americane bionde, vivaci e forti; i maschi francesi etero bravi a letto e del tutto incapaci di assumersi le proprie responsabilità e di invecchiare con serenità; i maschi francesi omosessuali buoni amici; i francesi e gli italiani che disdegnano l’aria condizionata; i francesi riservati e freddi nei rapporti interpersonali; i mariti tipicamente europei che si aspettano dalla moglie dedizione alla famiglia, e tre o quattro eredi (tipo cavalla purosangue, cit. Ombretta). E potrei continuare all’infinito.

Julia è ossessionata da Sarah e, anche se ha finito l’articolo e fatto il suo dovere, si sente legata a lei più del normale e da qui parte la “caccia alla donna”. Parigi, New York, Lucca, Parigi, America. Ho reputato il suo interessamento verso una tragedia che non le apparteneva, non fino in fondo, davvero morboso ed eccessivo. Ho trovato fosse innaturale la disposizione di tutti i personaggi secondari ad aiutarla, ad accoglierla in casa propria, a fornire recapiti altrui, a confidarsi sugli orrori vissuti. Niente, nemmeno un pizzico di umana diffidenza. Un romanzo ammantato di un’aura di assurdità e buonismo. E poi la convinzione di Julia, secondo la quale William, il figlio di Sarah, dovrebbe esserle grato mi ha seriamente indisposta.

«Peccato che non ti abbia ascoltato: è stato   troppo   da   sopportare   da   solo.   E   poi,   quando   infine   sono   tornato   in   Rue   de Saintonge e mi sono visto aprire la porta da sconosciuti, ho avuto la sensazione di essere stato  abbandonato da te.» Abbassò  gli occhi. Io posai la tazza, investita da un’ondata di risentimento. Dopo tutto quel che avevo fatto per lui – e quel che mi era costato in termini di tempo, fatica, dolore, senso di vuoto – come poteva rivolgermi un’accusa del genere?

Scusaci, Julia, la prossima volta ci ricorderemo di stendere un tappeto rosso prima del tuo arrivo, ok? Forse non tutti sono disposti a farsi stravolgere la vita da te e a esprimerti gratitudine. Forse, se Sarah non ha parlato al figlio e al marito del suo passato doloroso, aveva le sue buone ragioni.

Infine, l’epilogo, il lasciare intendere che tra Julia, una donna che non sa vivere senza una figura maschile al fianco e che spesso si accontenta di miseri surrogati di mariti o fidanzati, e William ci sarà del tenero.

E certe cose la De Rosnay se le poteva pure risparmiare, va’. È giusto informarsi, non dimenticare, leggere se volete questo romanzo, parlarne. Un po’ meno giusto lucrarci sopra, ma questo è un altro paio di maniche.

 

Voto 3/5